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domenica 27 maggio 2007

Il Corpo di Cristo - Un racconto di Jan Vander Laenen.

Il numero di ostie che ho assaggiato e' piu' o meno proporzionale al numero di uomini con i quali ho fatto l'amore. Sono giunto a questa conclusione l'estate scorsa. Era la vigilia del World Gay Pride a Roma e, sdraiato sul letto della mia camera d'albergo nei pressi di Campo dei Fiori, riflettevo sulla mia misera vita, in generale, e sugli eventi della giornata appena trascorsa in particolare. La mia misera vita -ho quarant'anni-, intanto si divide schematicamente in due meta'. La prima e' caratterizzata da un'educazione molto borghese e molto cattolica in un villaggio della Campina belga ed in un collegio vicino alla citta' fascista di Anversa. Dai miei sei anni sino ai venti ho assistito alla Santa Messa e consumato un Corpo di Cristo piu' o meno due volte a settimana. Questo porta, con un calcolo approssimativo, a 1.456 ostie ingerite. Aggiungiamo i 50 esemplari, ugualmente consacrati, rubati una notte dal tabernacolo della cappella, con l'aiuto di altri compagni blasfemi, per sopperire all'orrendo regime alimentare del collegio, ed arriviamo alla cifra tonda di 1.500 ostie.

Nel corso della seconda meta' della mia vita mi sono, per cosi' dire, totalmente disinteressato del Corpo di Cristo, ma ho, allo stesso tempo, sviluppato una passione folgorante per il corpo di uomini meno santi. Sarebbe alquanto vano soffermarmi su quest'aspetto: la mia carriera amorosa e' senza dubbio simile a quella vantata da molti miei fratelli libertini e ritengo che una stima ammissibile per il numero delle mie relazioni amorose sia di circa 1.500.

Pero', mentre il Corpo di Cristo ha lo stesso gusto e la stessa consistenza in quasi tutte le regioni cattoliche e puo' essere consumato, in teoria, solo in una chiesa e nel contesto della celebrazione dell'eucaristia, la varieta' dei gusti che hanno i corpi degli altri uomini e dei posti in cui e' possibile gustarli è senza dubbio più ampia e differenziata. Lo stesso vale per le emozioni che accompagnano l'esercizio delle due attivita' appena menzionate. Per quel che mi ricordo, ho sempre ingoiato le ostie con una certa indifferenza, forse con un'ombra di devozione, in ogni modo, un'emozione alquanto lieve comparata con la passione, la lubricita', l'amore e la servilita' che i miei numerosi compagni hanno saputo risvegliare in me.

Ma lasciamo queste divagazioni per giungere al fatto insolito capitatomi l'estate scorsa a Roma. Passeggiavo per il centro della Citta' Eterna e, dopo essere passato davanti ad una ventina di monumenti con indifferenza, fui preso improvvisamente da un moto di pieta', si', volevo confessarmi, volevo pregare Dio e la Santa Vergine e purificarmi consumando un Corpo di Cristo.

Fortunatamente, come tutti sanno, Roma pullula di basiliche, di chiese e di cappelle, e dopo appena cento metri, m'imbattei in una piccola dimora di Dio barocca in cui avrei potuto placare la mia fame religiosa. Entrai dunque nella chiesetta, mi feci il segno della croce con qualche goccia d'acqua benedetta e mi sedetti su di una panca, verso il fondo, giacché si stava celebrando una messa. Dopo aver percorso con lo sguardo le sculture e le pitture che ornavano l'interno, vidi il prete, per l'appunto impegnato nel convertire un calice di vino ordinario in Sangue di Cristo. Indossava gli ornamenti sacerdotali.

Aveva una barba folta ed un'espressione seria. Avrei potuto dargli una quarantina d'anni. Mi sembrava di conoscerlo, benche' non potessi, allora, ricordarmi dove mai avessi potuto incontrare quell'uomo. Quasi subito scartai tale pensiero, bollandolo come l'ennesima delle chimere che sempre piu' spesso mi assillano negli ultimi tempi.

Una decina di minuti dopo, mentre ero in coda per ricevere la mia porzione di Pane Sacro, vidi l'uomo sotto una luce piu' chiara e, quando finalmente arrivai a trovarmi dritto davanti a lui, guardandolo negli occhi e porgendo la lingua, mi sembro' di scorgere una certa sorpresa nel suo sguardo.

In effetti, mi squadrava con stupore, tenendo l'ostia nella mano. Per un lungo momento, resto' come pietrificato in questa posizione. "Buongiorno Jan, come va? " mi disse infine in fiammingo. Dopodiche' si riprese, mormoro' "Corpus Christi" e poso' l'ostia sulla mia lingua con la mano tremante.

Dopo la messa andai a bere un Campari e fu li', sulla terrazza del caffe', dopo essermi scervellato per una decina di minuti, che mi venne in mente il nome del prete: Paul Van Gelder.

Ebbene si', Paul Van Gelder. Avevamo entrambi vent'anni, a Lovanio, nella zona del mercato, ed eravamo omosessuali tutti e due senza osare confessarcelo. E quanti sforzi abbiamo fatto, durante quelle lunghe serate sulla piazza del vecchio mercato, per evitare l'argomento, benche' fossimo follemente innamorati l'uno dell'altro. Fino a quella sera, quella sera nera di novembre, quando ti presentasti alla porta della mia camera di studente. Ti lasciai entrare, mi prendesti fra le braccia e mi baciasti tanto a lungo quanto impetuosamente. Dopodiche' ti congedasti, dicendomi con la voce spezzata che saresti entrato in seminario il giorno dopo.

E tu, Paul Van Gelder, sei diventato davvero prete, e la sorte ha voluto che le nostre strade s'incrociassero ancora una volta vent'anni dopo, molto brevemente, a Roma per giunta, in una chiesa, l'anno Santo, la vigilia del World Gay Pride.

Grazie, Paul Van Gelder, mi hai dato il Corpo di Cristo piu' purificante di tutta la mia vita di peccatore.

Per ulteriori informazioni sull'autore e l'opera rimando al mio precedente post. Potete cercarlo nell'etichetta literature o aprirlo cliccando qui.

giovedì 22 marzo 2007

Riso felice di Mario Stefani (1968-1974).



Non mi pento
d’aver speso la vita
in futili amori
non ho desiderio di potenza
né conosco la fiamma dell’odio
amo la beltà dei ragazzi

la loro voce il loro riso felice.

NOTA: la produzione di Mario Stefani è stata da lui stesso antologizzata nel volume Poesie 1960-1988, nel quale si trova la bibliografia completa fino a quell'anno. La foto in alto è di G. Dall'Orto. Per leggere altre poesie di Stefani sul sito di G. Dall'Orto cliccare sulla foto.

lunedì 12 marzo 2007

Er padre de li santi di Giuseppe Gioacchino Belli.


Er cazzo se pò dì radica, ucello,
Cicio, nerbo, tortore, pennarolo,
Pezzo-de-carne, manico, cetrolo,
Asperge, cucuzzola e stennarello.

Cavicchio, canaletto e chiavistello,
Er gionco, er guercio, er mio, nerchia, pirolo,
Attaccapanni, moccolo, bruggnolo,
Inguilla, torciorecchio, e manganello.

Zeppa e batocco, cavola e tturaccio,
E maritozzo, e cannella, e ppipino,
E ssalame, e ssarciccia, e ssanguinaccio.

Poi scafa, canocchiale, arma, bambino,
Poi torzo, cresscimmano, catenaccio,
Mànnola, e mi'-fratello-piccinino.

E te lascio perzino
Ch'er mi' dottore lo chiama cotale,
Fallo, asta, verga e membro naturale.

Quer vecchio de spezziale
Dice Priapo; e la su' moje pene,
Segno per dio che nun je torna bene.
NOTA: Giuseppe Gioacchino Belli nasce il 7 marzo 1791 a Roma, da Gaudenzio e Luigia Mazio. A seguito della proclamazione della Repubblica francese (1798), il piccolo Gioacchino si rifugia con la madre a Napoli dove, per una serie di vicissitudini, conoscono la miseria più nera. Tornato al potere papa Pio VII, il padre Gaudenzio Belli ottiene un buon incarico nel governo pontificio a Civitavecchia. All’età di tredici anni Gioacchino è mandato a scuola dai gesuiti al collegio romano e rimasto presto orfano d'ambedue i genitori, ottenne modesti impieghi privati e pubblici.Intorno al 1810, iniziò la sua carriera letteraria e fondò con altri l'Accademia Tiberina, nel quadro della arretratissima cultura locale, divisa fra sonetteria arcadica e gusto dell'antiquaria. A venticinque anni sposò senza amore e di malavoglia una ricca vedova, Maria Conti, dalla quale ebbe un unico figlio, Cito. Il matrimonio era d'altronde caldeggiato dal cardinale Consalvi, un potentissimo prelato che trova un’ottima sistemazione per il giovane Belli, sistemazione di cui il poeta aveva estremo bisogno. Raggiunta una discreta agiatezza poté dunque dedicarsi con maggiore impegno agli studi e alla poesia, un periodo durante il quale scrisse la maggior parte dei suoi inimitati “Sonetti romaneschi”. Per saperne di più cliccare sulla foto.

sabato 24 febbraio 2007

Sulla soglia del Caffè di Costantino Kavafis.


Accanto, dissero qualcosa: attento
mi rivolsi alla soglia del caffè.
E vidi, allora, lo stupendo corpo,
dove di sé faceva maggior prova Amore:
vi plasmava gioioso acconce membra,
innalzava, scolpita, la persona,
con emozione vi plasmava il viso,
del suo tratto lasciando come un arcano senso
sulla fronte, sugli occhi, sulla bocca.


NOTA

L'opera di Kavafis ruota attorno a due grandi principali temi, la gloriosa storia greca e l'erotismo maschile. Egli riuscì a restituire vita e spessore a personaggi delle civiltà antiche, dall'epoca ellenistica a quella bizantina. Ma la sua inclinazione sessuale spesso prendeva il sopravvento e sembra quasi che si fermasse solo per fissare in versi il ricordo dell'attimo vissuto e goduto.
Passando all'analisi dell'aspetto più sensuale e immediato dell'erotismo omosessuale nei versi di Kavafis, possiamo tracciare un percorso più specifico. Alcuni versi evidenziano il gusto del poeta per l'avventura sessuale, l'attrazione verso la sola bellezza del corpo maschile, verso l'istinto da seguire e l'appartarsi con un giovane senza averlo quasi conosciuto. Per leggere altre poesie di Kavafis cliccare sulla foto.

venerdì 9 febbraio 2007

Ces Passions di Paul Verlaine.


Queste passioni che loro soli chiamano ancora amori
sono amori anch'essi, teneri e furiosi,
con particolarità curiose
che non hanno gli amori certi d'ogni giorno.

Eroiche anche più d'essi e meglio d'essi,
esse s'adornano di splendori d'anima e di sangue
tali che al confronto gli amori inquadrati
non sono che Riso e Gioco o bisogni erotici,

che vani proverbi, che un nulla da bimbi troppo viziati.
- "Ah! I poveri amori banali, animali,
normali! Gusti grossolani o frugali bulimie,
senza contare la stupidità della fecondità!" -

possono dire coloro che l'alto Rito consacra,
avendo conquistato la pienezza del piacere,
e l'insaziabilità del loro desiderio
che benedice la fedeltà del loro merito.

La pienezza! Costoro l'hanno superlativamente:
baci sazi, ingozzati, mani privilegiate
nella ricchezza delle carezze ripagate,
e questo divino finale annientamento!

Così sono i forti e i forti, l'abitudine
della forza li rende invitti al diletto.
Copioso, gustoso, debordante, il diletto!
Lo credo bene che loro l'abbiano, la pienezza!

E per esaudire i loro voti, ciascuno di loro, a turno,
compie l'azione suprema, ha la perfetta estasi
- talvolta la coppa o la bocca e talvolta il vaso -
estatico come la notte, fervente come il giorno.

I loro bei sollazzi sono grandi e gai. Niente crisi di quelle:
svenimenti, nervi. No: giochi coraggiosi, poi felici
braccia stanche attorno al collo, per meno languidi
che stretti sonni a due, tutti interrotti per ricominciare.

Dormite, innamorati! Mentre attorno a voi
il mondo disattento alle cose delicate,
rumoreggia o giace in sonnolenze scellerate,
senza neppure, è così sciocco!, essere geloso di voi.

E quei risvegli franchi, chiari, ridenti, verso l'avventura
di fieri dannati di un più magnifico sabba?
E salve, testimoni puri dell'anima in questa lotta
per l'affrancamento dalla greve natura!

Questo testo è tratto da Parallélement del 1889 e rappresenta un esplicita difesas della dignità dell'amore omosessuale. Il testo è scritto sottoforma di codice, anche in considerazione dei tempi (i libri venivano sequestrati per oscenità per molto meno), ma chi è disposto a decifrarlo noterà che si basa sulla contrapposizione fra "essi", con i loro amori "normali" e noiosi, e "loro" con i loro amori franchi e dannati, accusati d'essere animali e banali, ma anch'essi degni del nome di amore. La traduzione inedita è di Mauro Terzi. Per chi volesse prendere visione del testo in lingua originale basta cliccare sull'immagine tratta dal film Total Eclipse (1995), che narra la storia d'amore tra Verlaine e Rimbaud e che vede fra i protagonisti Leonardo Di Caprio.


lunedì 5 febbraio 2007

Amavo di Fernando Pessoa.


Amavo

Amavo amare l'amare
Un momento... Dammi una sigaretta, da lì,
dal pacchetto sul comodino.
Continua... Dicevi
che nello sviuppo della metafisica
da Kant a Hegel,
qualcosa s'è perso.
Concordo assolutamente.
Stavo davvero ascoltando. Hegel...
Nondum amabam et amare amabam (Sant'Agostino).
Che cosa curiosa queste associazioni d'idee!
Mi affatica lo star pensando mentre ascolto altro.
Grazie. Fammi accendere. Continua. Hegel...

"Amavo" ci porta a un divertito dialogo post-coitale, in cui si parla di filosofia... mentre la mente pensa a tutt'altro. Come al fatto di essersi innamorati ("amavo ed amavo amare"...). Poesias de Alvaro de Campos è un’antologia di poesie ed estratti a tema omosessuale (od omoerotico) dagli scritti dello pseudonimo più apertamente omosessuale di Pessoa. Álvaro de Campos è l'eteronimo riservato da Pessoa ad alcune poesie esplicitamente omosessuali. Poesie sconvolgenti: dalla violenta "Ode marittima" [1915] (in cui il poeta sogna d'essere... stuprato dai pirati!), all'esilarante scheccata del "Sonetto già antico" [1922], fino alla cinicamente profonda "Tutte le lettere d'amore sono ridicole" [1935]. I testi sono disponibili online cliccando sull'immagine.




lunedì 29 gennaio 2007

Poeta Maledetto di Jan Vander Laenen.


Se qualcuno mi chiedesse a bruciapelo qual e' la cosa che trovo piu' bella al mondo, non comincerei a dissertare come un intellettualoide sulla grandezza delle ultime tre sinfonie di Mozart, per esempio, o sulla tenera tragicita' delle feste galanti di Watteau, o sull'armonia assoluta fra giardino, architettura e decorazione interna di Vaux-le-Vicomte. No, risponderei immediatamente e senza il minimo dubbio: il posteriore di Sebastiano! Oso affermare senza falsa modestia che sono un vero conoscitore di natiche e che, come un sommelier e' specializzato nell'apprezzamento e nella degustazione di vini, io mi conferisco con orgoglio il titolo di "chiappelier", uno che tutta la vita ha osservato, palpeggiato e leccato sederi maschili e che li ha classificati secondo le loro forme, il loro profumo ed il loro gusto.

Per quanto concerne la forma, sono solito distinguere, per esempio, fra i sederi nobili, vale a dire quei sederi la cui spaccatura e' un po' troppo lunga rispetto alla larghezza di ogni singola natica, i sederi hard-rock americani, un paio di chiappe robuste attaccate belle basse in fondo all'estremita' della schiena, i sederi alla Ercole o, piu' semplicemente, quelli che fra tutti preferisco, i sederi impudentemente grossi.

Il profumo ed il gusto, invece ­ in base a quanto ho potuto personalmente constatare in seguito ad anni di ricerche sul terreno ­ mostrano una forte correlazione con la razza, il colore della pelle e degli occhi e, soprattutto, con le abitudini alimentari. Inutile precisare, quindi, che la zona anale di un olandese sa spesso di formaggio e di prodotti lattici, mentre quella di un uomo mediterraneo ha piuttosto un sapore di olio d'oliva extravergine e di basilico, mentre quella di un maghrebino conserva intatto il profumo inebriante delle erbe esotiche che si comprano la domenica al mercato del Midi di Bruxelles. Insomma, questa breve introduzione e' per convincervi della mia competenza come "chiappelier" e del fatto che il mio giudizio lusinghiero nei confronti del fondoschiena di Sebastiano non dev'essere minimizzato o ridicolizzato, ne' preso per la sortita di un ubriacone.

Poeta Maledetto è una raccolta di racconti - ambientati tra la variopinta popolazione di Bruxelles - che hanno per protagonisti marocchini astuti, erotomani impenitenti, regine di cuori alla ricerca del principe azzurro, falli artificiali riveriti come totem. Storie allegre, tristi, buffe, erotiche, malinconiche, tutte intrise della voglia di vivere e amare che da sempre caratterizza lo stile di Jan Vander Laenen, già autore del romanzo "Il servitore". (il testo in questione è tratto dal racconto Le natiche di Sebastiano. Il testo intero è disponibile cliccando sull'immagine).

martedì 23 gennaio 2007

Da "Canzone Carnascialesche" di Lorenzo de' Medici.


Dalla Canzona de' Profumi.

[...]
Quanto è una buona spanna
vaselletti lunghi abbiamo;
se dicessi: - Altri v'inganna -
noi ve li porremo in mano:
ritti al luogo li mettiamo;
nella punta acceso è il foco,
onde sparge a poco a poco
dolce odor, che ha gran potenza.

Or dell'olio vogliam dire:
ha odore e virtù tanta,
che fa altri risentire
dal capo insino alla pianta.
L'olio è una cosa santa,
s'è stillato in buona boccia:
esce fuori a goccia a goccia;
se più pena, ha più potenza.

L'olio sana ogni dolore
e risolve ogni durezza;
tira a sè tutto l'umore,
trae dal membro la caldezza,
penetrando la dolcezza
quanto più forte stropicci:
se hai triemiti o capricci,
usa l'olio e sarai senza.
[...]

Dalla Canzona delle Foreste.

[...]
Cetriuoli abbiamo e grossi,
di fuor pur ronchiosi e strani;
paion quasi pien' di cossi,
poi sono apritivi e strani;
e' si piglion con duo mani:
di fuor lieva un pò di buccia,
apri ben la bocca e succia;
chi s'avezza, e' non fa male.
[...]

Lorenzo de' Medici visse tra il 1449 e il 1492. Per queste canzoni s'ispirò alla tradizione popolare e buffonesca del carnevale, rinnovando i metri e facendo comporre da musici nuove arie che accompagnassero i testi. Queste composizioni venivano cantate su carri addobbati da compagnie di uomini mascherati, rappresentanti il trionfo di divinità pagane o di virtù allegoriche o delle arti e mestieri. Temi: esaltazione della vita gioiosa e del diletto sensuale, il motivo della bellezza fuggitiva, l'invito a godere la breve stagione della giovinezza. Il testo intero è reperibile cliccando sull'immagine.

lunedì 22 gennaio 2007

The Wild Boys di William S. Burroughs.


Immagini seppia in un vecchio libro dai bordi dorati. IL MIRACOLO DELLA ROSA scritto a lettere d'oro. Volto la pagina. Un color rosso che ferisce rose trasparenti che crescono attraverso la carne l'altro si china in avanti a bere rose dalla sua bocca i loro cuori rose traslucide che si agitano in una agonia lucida arrossendo ansimando l'aria di alberghi vuoti bocca che parla di un letto di ottone luminosa eccitazione sulla schiena con i ginocchi in su fumi rossi che bruciano buchi erogeni nella carne rabbrividente nuda ansimante in quel letto fantasma quando arrivai alla camera era abbandonata alle erbe ed ai rampicanti polvere di stelle su una panchina silenziosa...[...]

Un pomeriggio sono nella baracca dove ci cambiamo e ci facciamo la doccia. Il ragazzo che ha detto che io ero suo amico è lì. Gli altri sono andati perchè è
fiesta. Il ragazzo è senza camicia e la sua pelle è liscia come legno bruno levigato. Sbuccia un arancia e l'odore d'arancia riempie la baracca. Rompe l'arancia in due e me ne dà mezza e mi tira giù a sedere di fianco a lui sulla panca. Finisce l'arancia e si lecca le dita. Poi mi mette le braccia intorno alle spalle e posso vedere che ha i pantaloni tesi in su tra le gambe.
"
Yo muy caliente, Johnny. Molto caldo". Strofina la faccia contro la mia. "Quiero follarte."
Il suo corpo è caldo come quello di un animale e sento un soffice formicolio nello stomaco e dico "
Muy bueno". Ci togliamo i vestiti. Il ragazzo ha due rose azzure tatuate su ciascuna parte del sedere. C'è un odore muschioso dalle sue brune palle tese.

William Seward Burroughs (St Luois Missouri, 5 Febbraio 1914 - 1997) è stato uno scrittore statunitense appartenente alla cosiddetta beat generation. The Wild Boys, a cui si sarebbe ispirata l'omonima canzone dei Duran Duran, è del 1971. La traduzione qui presentata è di Giulio Saponaro per la SugarCo Edizioni, Milano. Per saperne di più sulla beat generation e su William S. Burroughs cliccate sull'immagine.

martedì 16 gennaio 2007

Il Satyricon di Petronio.


«Mentre mi stavo lavando» disse lui, «per poco non mi prendevano a sprangate perché mi ero messo a declamare una poesia a quelli seduti sul bordo della vasca. Dopo esser stato scacciato dal bagno come se fossi stato a teatro, cominciai a girare in lungo e in largo e a chiamare a gran voce "Encolpio!". Ma dalla parte opposta vidi venire verso di me un giovane senza niente addosso (i vestiti li aveva persi), che gridava con lo stesso tono di voce arrabbiata "Gitone!". E mentre a me dei ragazzini facevano malamente il verso come se fossi stato fuori di testa, quello invece venne circondato da una enorme folla che gli batteva le mani con grande rispetto e ammirazione. Il fatto è che il tizio aveva tra le gambe un arnese talmente grosso che lui, dico l'uomo, sembrava una semplice appendice del suo membro. Che giovanotto in gamba! Mi sa che quello attaccava la sera e finiva la mattina. E infatti trovò subito chi gli diede una mano. Infatti, un tale non meglio identificato, un cavaliere romano (a quanto pare non uno stinco di santo), gli buttò addossso il mantello e se lo portò a casa per godersi, credo, da solo tutto quel ben di dio. Io, invece, non sarei riuscito nemmeno farmi ridare i vestiti dal guardaroba, se non avessi trovato un testimone. Com'è vero che al mondo è meglio lavorare d'uccello che non di cervello» (Dal Satyricon di Petronio, XCII. L'immagine è tratta dal più che discusso Satyricon di Federico Fellini. Il film fu liberamente tratto dallo scritto di Petronio e fu distribuito e prodotto dalla P.E.A. in collaborazione con Les Productions Artistes Associes di Parigi. Le riprese si conclusero definitivamente nel 1969, lasciando perplessi un po tutti gli addetti ai lavori; infatti lo stesso Fellini definì il film come un “saggio di fantascienza del passato”.)

venerdì 12 gennaio 2007

"Querelle de Brest" di Jean Jenet.


...si sforzò di sentire su di sé, intorno a sé, i suoi vestiti e i suoi attributi di marinaio. Innanzitutto il bavero rigido del gabbano, che gli proteggeva il collo come un'armatura. Il bavero conferiva un aspetto massiccio alla base del suo collo, di cui avvertiva la delicatezza, nonostante fosse solido e fiero, come conosceva la fossetta della nuca, alla sua radice, punto perfetto della vulnerabilità. Flettendosi leggermente, i suoi ginocchi toccarono la stoffa dei calzoni. Infine Querelle s'incamminò col passo che deve avere un vero marinaio, un marinaio che voglia essere tale fino in fondo. Dondolò le spalle a destra e a sinistra, ma senza esagerare. Pensò di tirarsi su il gabbano e di infilare le mani nelle tasche aperte sul ventre, ma preferì toccarsi il berretto con il dito, spingerlo indietro, quasi sulla nuca in modo che il bordo sfiorasse quello del bavero rialzato. La certezza tangibile di essere totalmente marinaio lo rassicuro un po', lo calmò. Si sentì triste e cattivo. ("Querelle de Brest" di Jean Jenet. 1945-46. L'immagine è tratta dall'omonimo film del 1982 che in Italia venne censurato e tagliato di quasi due minuti, eliminati nella scena della sodomizzazione da parte di Nono e Mario. La regia di Rainer Werner Fassbinder, che morì lo stesso anno di uscita del film, "rischiò" di vincere il Leone D'Oro a Venezia.)